mercoledì 11 aprile 2012

Letture Aprile 2012

MANUEL VAZQUEZ MONTALBAN
La Solitudine del Manager*

...Carvalho decise di consolarsi pranzando all'Agut d'Avignon, ristorante
con cui si compiaceva per la bontà dei suoi piatti e dove si dispiaceva per l'esiguità delle porzioni. Quando il poeta Graciàn scrisse "... le cose buone, se brevi sono doppiamente buone" non pensò al cibo, e se così fece, significa che Graciàn fu uno di quegli intellettuali di merda capaci di nutrirsi di minestrine in brodo o di un uovo sodo, sodo come le loro teste. "Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare,"  ha detto più di n filosofo arrugginito, massima che oggi sostengono certi dietologi senz'altra scienza a cui attaccarsi che la repressione degli obesi.









* Manuel Vazquez Montalbàn - La Solitudine del Manager - Universale Economica Feltrinelli - I edizione 1995 - 6,50 euro

Omaggio a Miriam Mafai: il suo ultimo articolo

Così salvammo quei bambini*
* La Repubblica 02 Febbraio 2012

"Ma Cassino non esiste più...", ci raccontava Pina Savalli, la nostra amica che da qualche settimana si era trasferita lì per organizzare il trasferimento dei bambini, i più affamati, i più ammalati verso le ospitali case dei contadini emiliani. Pina Savalli era un bravo medico ma noi pensavamo che esagerasse. Invece aveva ragione: Cassino non esisteva più. Cancellata prima dai bombardamenti per lo sfondamento della Linea Gustav, e poi dall'avanzata delle truppe alleate verso Roma, Cassino si presentava ormai, nell'inverno tra il 1945 e il 1946, come un campo di battaglia, abbandonato, coperto da una palude di melma e di fango, interrotto dai lugubri cartelli "go slowly; death is so permanent". E i bambini, che avevano avuto la sventura di nascere a Cassino e nei paesi vicini, figli di poveri contadini, vivevano, o meglio sopravvivevano, prime vittime della guerra, nelle grotte, nelle case semidistrutte, nelle baracche, esposti da mesi al freddo alle malattie alla fame.

Fu il Congresso comunista del dicembre del 1945, a lanciare, da Roma, un appello per la salvezza dei bambini di Roma e del Sud. E immediatamente giunsero le offerte delle famiglie emiliane disposte ad ospitare, per il tempo necessario, i piccoli meridionali affamati e malati. Ho partecipato, allora, alla organizzazione della partenza dei bambini romani per le accoglienti
famiglie di Modena e Reggio Emilia. A Roma, a poco più di un anno dalla liberazione, si pativa ancora il freddo e la fame. Nelle case di Primavalle, del Quadraro, del Quarticciolo si viveva di miseria e di espedienti. E noi andavamo di casa in casa a chiedere chi voleva affidarci un bambino per mandarlo a vivere, per qualche tempo, presso una famiglia emiliana che lo avrebbe nutrito, rivestito, mandato a scuola, se necessario curato. Mi chiedo ancora, a distanza di tanti anni, come ci riuscimmo.

La fame doveva essere tanta, e tanta la fiducia in noi se ci riuscimmo. E a metà gennaio, da Termini partì il nostro primo treno speciale per Modena carico di scalpitanti irrequieti bambini romani. Poi fu la volta di Cassino, la zona che è rimasta giustamente simbolo della massima distruzione ed emergenza. Cassino non esisteva più, e i paesi intorno erano ridotti a macerie. Ma tra quelle macerie, in quei tuguri vivevano ancora i superstiti di quella tragedia, donne, uomini e bambini. Li andarono a cercare Pina Savalli, e altre nostre amiche, tra cui la professoressa Linda Puccini e l'efficientissima Maria Maddalena Rossi, che ritroveremo poi deputato alla Costituente. Ci vollero quasi due mesi di lavoro a Frosinone per vincere i sospetti ("ma dove li portate?","quando torneranno?") e organizzare, superata l'emergenza, le prime partenze. Ma finalmente, i primi treni di bambini ospiti delle generose famiglie emiliane partirono anche da lì. E Pina Savalli, la nostra amica medico che era stata tra le organizzatrici di quel trasferimento, ci raccontava, anche anni dopo, quella vicenda con la stessa passione ed emozione. "Se quei bambini fossero rimasti lì" - diceva - "in quelle baracche o in quelle caverne in cui li avevamo trovati sarebbero certamente morti o, se sopravvissuti sarebbero rimasti gravemente menomati, malaticci, disadattati, esposti a tutte le malattie...". E invece no. L'emergenza era stata superata, e quei bambini si erano salvati.

mercoledì 7 marzo 2012

Letture Marzo 2012

CHUCK PALAHNIUK
Fight Club*

Il primo Fight Club siamo stati io e Tyler a scazzottarci.
In passato era sufficiente, quando tornavo a casa rabbioso e sapevo che la mia vita non stava dietro al mio piano quinquennale, mettermi a ripulire l'appartamento o lucidare la macchina. Un giorno sarei morto senza una cicatrice addosso e avrei lasciato un gran bell'appartamento e una gran bella macchina. Molto, molto belli, fino al formarsi di un nuovo velo di polvere o fino all'arrivo di un nuovo propietario. Non c'è niente di statico. Persino la Gioconda se ne va a pezzi. Da quando c'è il fight club posso far dondolare metà dei denti che ho in bocca.
Forse l'automiglioramento non è la risposta.
Tyler non ha mai conosciuto suo padre.
Forse la risposta è l'autodistruzione.
Tyler ed io andiamo ancora al fight club, insieme. Il fight club è lo scantinato di un bar, adesso, il sabato sera, dopo l'ora di chiusura, e settimana dopo settimana, quando ci vai ci trovi più gente.
Tyler si piazzasotto l'unica luce al centro del nero scantinato di cemento e vede quella luce riflettersi nel buio in cento paia d'occhi. La prima cosa che Tyler grida è: "La prima regola del fight club è che non si parla del fight club".
"La seconda regola del fight club" grida Tyler, "è che non si parla del fight club".

* Chuck Palahniuk - Fight Club - Piccola Biblioteca Oscar Mondadori - I edizione 2004 - 8,80€

lunedì 27 febbraio 2012

Letture Febbraio 2012

DANIEL ALARCON
Guerra a Lume di Candela*


José Carlos rovesciò il posacenere con un movimento goffo del braccio: tremava violentemente. Fernando si mosse rapido per spazzare la cenere nella sua mano.
"Mi hanno sparato, Negro! Mi hanno ucciso!" José Carlos scese con la mano sul tavolo, picchiandola forte. "Mi hanno sparato a salve! Hanno giocato a uccidermi!"
"Poi mi hanno trascinato di nuovo nello spogliatoio. Puzzavo del mio piscio e della mia merda. I miei amici mi reggevano. Qualcuno mi ha tirato addosso dell'acqua. Sei vivo, mi dicevano, ma io non gli credevo. Non ti ha toccato nessuna pallottola, dicevano, ma io sapevo che le avevo sentite. Ho passato tre giorni morto, Fernando. Tre giorni...
José Carlos aveva la voce sottile e fumosa. "E' quello che faranno a voi."
"E cosa possiamo farci Perucho?" Fernando gli prese la mano e gliela strinse. "Sei a casa. Siamo vivi."
José Carlos scosse la testa e tossendo forte spense la sigaretta. "E' semplice, Negro. Vince sempre chi è armato."

* Tratto da Daniel Alarcon - Guerra a lume di candela. Terre di Mezzo Editore. Vincitore del Whiting Writers' Award

domenica 26 febbraio 2012

Letture Febbraio 2012

BANANA YOSHIMOTO
L'Ultima Amante di Hachiko*

Ci fu una mattina in cui mi disse:
"Hai presente quei tassisti, quelli a cui i clienti vomitano sempre in macchina?"
"No, perché? Esistono?" risposi io ridendo.
"Ti giuro esistono eccome. Me ne parlava tempo fa proprio uno di loro. E non sò perché, è un periodo che continua a tornarmi in mente la sua storia incredibile."
"Ma davvero ci sono tassisti del genere?"
"Quando gli vomitano in macchina, poi per quel giorno non possono più lavorare perché l'odore impregna l'abitacolo."
"Cosa!?!"
"Mi diceva il tassista che ad alcuni di loro, sfortunatissimi, succede sempre. E che lui riesce a capire quali sono i clienti che vomiteranno."
"Gli ubriachi, no? Ma perché li fa salire in macchina, allora? Non è che magari continua a pensare allo schifo che ha provato quando gli è successo e ne ha semplicemente ingigantito il ricordo?"
"Certo sarà anche così. Ma mi ha detto che è addirittura famoso tra i suoi colleghi. Gli è successo così tante volte che hanno incominciato a sospettare che fosse lui stesso a farlo. Gli hanno detto di andarsi a fare vedere all'ospedale. La verita, invece, è che persino tra i peggiori ubriachi che prendono il taxi, ce ne sono tanti che non vomitano. A lui, però, succede regolarmente, tutte le volte che dentro di sé prega che non succeda. Ha cercato di evitare il giro dei quartieri dei locali, ma gli è andata male lo stesso. Una volta a Okusawa, nel quartiere di Setagaya, passava per una via buia di una zona residenziale. Hacaricato uno e questo si è sentito male e gli ha vomitato su tutto il sedile anche se non aveva bevuto una goccia di vino."
"Incredibile!"
"Ci pensavo in questi giorni, sai. Lui è proprio il tipo che ti dà l'impressione di essere molto depresso, uno che effettivamente ti fa venire voglia di vomitargli nel taxi. Con lui davanti, più ti sforzi di non farlo, più stai male e ti vengono i conati. Figurati che anch'io, mentre mi raccontava tutte quelle storie con la sua faccia triste, ho cominciato a sentirmi poco bene. Ma a parte questo credo, che sia tutto un segno del destino, un messaggio perché smetta di guidare il taxi. Forse è sempre giù di morale proprio perché non è portato per il lavoro che fa, e dentro di sé spera che qualcuno gli vomiti in macchina, così per quel giorno ha finito di lavorare. Oppure è una cosa che lo ossessiona al punto tale che inconsciamente la provoca lui stesso. Insomma, è un destino in qui si intrecciano milioni di fattori."

*Tratto da Banana Yoshimoto - L'ultima amante di Hachiko. Edizione Universale Economica Feltrinelli

venerdì 10 febbraio 2012

Tratto dal Racconto IL MATRIMONIO di Leonetti Mario

Carrie si svegliò di scatto e irruppe nel silenzio che la notte portò nella sua casa in città. Era madida di sudore, non certo per il caldo visto che il mese d’Ottobre è un mese pre-invernale, era sudore freddo. Paura. 
I suoi sogni erano carichi di odio e paura, i suoi pensieri pieni di dubbi e rimorsi. Tutto ciò le creava un certo disagio: pensate a quanto ci vuole per addormentarsi quando si ha la mente piena di tanta merda, ed una volta che si è riusciti a immergersi nei meandri del sonno, i sogni che tiri fuori da quella testolina meccanicamente razionale ed al contempo involontariamente irrazionale, siano dei veri e propri incubi infernali paragonabili ad un’apocalisse celebrale.
Non è semplicemente un brutto sogno e basta, è qualcosa di più. Carrie lo sapeva bene. Conosceva le sue sensazioni, il suo stato d’animo. Non stava affatto bene…
“Carrie, stai bene, è stato solo un brutto sogno; forse a causa dei troppi zuccheri assunti oggi oppure a causa dello stress da lavoro”, pensò la giovane donna, che, ancora trentenne, non si curava delle piccole rughe che incominciavano a solcare il suo volto bianco e delicato. I suoi occhi azzurri erano un regalo di sua madre; l’unica cosa, insieme a una foto ed una vecchia Bibbia che le erano rimaste di lei.
Poco importava… Carrie non era attaccata a sentimentalismi familiari, proprio perché una famiglia non l’ha mai avuta. Sua madre morì durante il parto, il padre invece era un marine in pensione con problemi d’alcol. Aveva sicuramente visto l’inferno a Nha Trang e ne era rimasto talmente scioccato che, ritornato dal Vietnam, scoprì che sarebbe stato più divertente attaccarsi ad una bottiglia che crescere una figlia. In un certo senso con sua figlia ci si divertiva ogni tanto, ma non stò qui a raccontare come…
“Devo smetterla di fare questi sogni…”
Si alzò dal letto a due piazze ancora caldo e si diresse verso il soggiorno. Camminava sempre scalza in casa sua… Il contatto con la moquette le dava sempre un senso di piacere ai piedi, forse perché da piccola adorava scorrazzare a nudi piedi sul grande prato dietro la fattoria dei nonni (i suoi nuovi genitori dopo che il padre fu denunciato per molestie) che si trovava nel grande stato del Texas.
Adorava il clima del sud, gli odori, la cucina l’accento del sud. Dopo il diploma era stata con alcune amiche in viaggio nel Mississipi o giù di lì, vivendo un esperienza unica fatta di vita all’aria aperta ed a contatto con la natura. La decisione di partire gli era venuta subito dopo aver visto il film “Into the Wild” e aveva deciso di voler emulare le imprese e la vita di Christopher Mccandless, certo non il finale del film (visto che alla fine della storia, dopo aver raggiunto l’Alaska e dopo tanto girovagare il protagonista muore), dove si sà che quella frase, “the end”, alla fine di un film, indica che da lì a breve ti passeranno davanti agli occhi i titoli di coda con quella lunga sfilza di nomi che scorrono di solito su uno sfondo nero, ma per Carrie la storia era solo all’inizio e solo lei poteva decidere come tutto sarebbe andato a finire.

(Ogni forma di testo, anche breve, è tutelata dalla normativa sul diritto d'autore e non può essere copiata, riprodotta (anche in altri formati o su supporti diversi), né tantomeno è possibile appropriarsi della sua paternità).

sabato 4 febbraio 2012

Piccoli Gandhi Crescono… di Leonetti Mario


Piccoli Gandhi Crescono…*

Lo spirito del Mahatma Gandhi, padre della nazione indiana e leader dei diritti civili, rivive anche nelle nuove generazioni del Paese. Gandhi è da sempre considerato un modello da seguire ed emulare e, a distanza di 61 anni dalla sua tragica morte, circa 500 bambini hanno voluto omaggiare il loro leader spirituale con una passeggiata di pace tenutasi a Calcutta ribattezzata “Rise up”.
I bambini, dall’età compresa fra i 10 ed i 16 anni, hanno partecipato tutti insieme alla manifestazione imitando il Mahatma nel modo di camminare e nel modo di vestire: i “piccoli Gandhi” indossavano cappellini color carne, occhiali rotondi, baffetti grigi, il khadi ovvero il tipico abito bianco e reggevano tra le mani un bastone di bambù.
L’evento, dapprima partito in sordina, ha riscosso un grande successo suscitando l’attenzione dei mass media internazionali. Il motivo di tale attenzione è dovuto dal fatto che, in questa occasione, è stato battuto anche un Guinnes World Record: il maggior numero di bambini vestiti da Gandhi; record detenuto in precedenza da una scolaresca indiana formata da 200 bambini.
Leonetti Mario


* E' possibile trovare questo articolo anche su http://www.lenews.eu/